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La morte vista in termini di ecosistema
Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma

 

La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre. (Albert Einstein)

 

Se pensiamo alla morte da un punto di vista soggettivo, come la cultura di cui facciamo parte ci suggerisce, la prospettiva può essere estremamente  inquietante: “smetto di esistere, non ci sarò più, che ne sarà dei miei cari, sopravviverà in loro qualcosa di me?”.

 

Solitamente ci pensiamo così, avendo sempre davanti solo noi stessi e, quando va bene le poche persone a noi vicine.

 

Questo modo di pensare alla morte però non è realistico: osserviamo questo evento attraverso il filtro di un paio di occhiali da sole, che siamo abituati a portare sempre. Queste lenti fanno così parte di noi che ci dimentichiamo di averle e crediamo di vedere le cose così come sono. È difficile pensare di cambiare occhiali, come lo stesso Einstein ironicamente riportava:

 

È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.

 

Nel mio lavoro come psicologa incontro quotidianamente l’effetto nefasto delle idee preconcette sulla nostra vita. Con la psicoterapia lavoro insieme alle persone alla costruzione di nuovi punti di vista, finestre diverse che consentano di vedere gli stessi eventi emotivi, relazionali, esistenziali da una prospettiva differente.

 

Perché lavoriamo in questo modo?

 

Perché le nostre dinamiche interne ed esterne non possono cambiare se noi continuiamo a ripetere sempre gli stessi movimenti!

 

Perché pensiero, emozione e sensazione sono strettamente legati tra loro e si modificano a vicenda: intervenire sul modo di pensare a un evento può cambiare il nostro sentire rispetto a quell’evento e viceversa.

 

Se torniamo alla morte, possiamo osservare come la percezione del vissuto possa cambiare parecchio se la pensiamo come una delle fasi, che continuamente si ripetono, in cui incorrono parti di uno stesso ecosistema.

 

Cos’è un ecosistema? L’insieme degli organismi viventi e della materia non vivente che interagiscono in un determinato ambiente costituendo un sistema autosufficiente e in equilibrio dinamico.

 

Il nostro corpo è un ecosistema fatto di cellule, che costituiscono tessuti, organi, che hanno a loro volta degli ecosistemi nell’ecosistema. Queste cellule nascono e muoiono continuamente nell’arco della nostra vita e questo processo ci garantisce un continuo ricambio energetico.

 

Allo stesso tempo la Terra ha al suo interno molti ecosistemi differenti, l’interazione tra i quali produce la morte di alcuni e lo sviluppo di nuovi, proprio come accade dentro al nostro stesso corpo nelle interazioni tra organi e tessuti: quando uno di questi si ammala, provoca cambiamenti nell’intero organismo.

 

La stessa Terra fa parte del Sistema Solare, anch’esso basato su un equilibrio complesso legato all’interazione di differenti sistemi. E il Sistema Solare stesso fa parte di un più complesso sistema la cui pulsazione risente delle pulsazioni dei sistemi di cui è composto e delle interazioni tra loro.

 

Senza entrare più nel dettaglio è chiaro come possa cambiare il concetto di morte se iniziamo a vederci come parti di un insieme che funziona all’unisono, se muore una parte, non muore il tutto, quando muore una parte ne nascono altre che mantengono in vita l’equilibrio del sistema stesso. Insomma:

 

 

Tutto è relativo.

Prendi un ultracentenario che rompe uno specchio:

sarà ben lieto di sapere che ha ancora sette anni di disgrazie.

 

 

 

 

 

E tutto si trasforma.

Cento volte al giorno ricordo a me stesso che la mia vita interiore e esteriore

sono basate sulle fatiche di altri uomini, vivi e morti, e che io devo fare il massimo

sforzo per dare nella stessa misura in cui ho ricevuto. (Albert Einstein)

 

 

Recensioni di libri interessanti sulla morte:

Yalom, Fissando il sole

Piumini, Mattia e il nonno

 

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