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Educare al comprendere I:
Il lupacchiotto che faceva sempre i dispetti

Proviamo a cercare di capire cosa sia un comportamento provocatorio, partendo dalle definizioni di tre parole.

  • Provocare: Pre: fuoriVocare: chiamare, sfidare, eccitare, stimolare.
  • Educare: E: fuoriDucare: condurre, dunque condurre fuori le potenzialità interne che già ci sono.
  • Istruire: In: suStruere: comporre, apparecchiare, porre sopra.

 

Per istruire serve, dunque, una base su cui poter apparecchiare. Scopriamo così che, per condurre fuori le potenzialità che un bambino ha, il provocare può essere fonte di stimolo, mentre per poter arrivare ad istruire ci vuole una base di partenza: l’educare, su cui poter poi “apparecchiare”.

 

Facciamo un altro passo: qual è la differenza tra provocare e ciò che comunemente chiamiamo “fare i capricci”? I capricci sembrerebbero legati a momenti stressanti, ad esempio quando un bambino è stanco, malato o annoiato. Il provocare in senso stretto sembrerebbe più legato ad una lotta di potere nella relazione con l’adulto.

 

Ci sono almeno due modalità di provocazioni: una saltuaria, come reazione ad eventi o relazioni stressanti ed una continua, che è connessa ad una sofferenza pregressa, ad una difficoltà emotiva di base.

In tutte queste sfumature del comportamento provocatorio c’è una realtà comune: la ricerca di una reazione dell’adulto. La provocazione è un modo forte di richiamare l’attenzione, il bambino cerca la regolazione del suo comportamento e delle sue emozioni tramite l’intervento dell’adulto, perché non è ancora in grado di autoregolarsi.

L’obiettivo del comportamento “negativo”, in realtà, è “positivo”! È un tentativo di creare un contatto con il genitore: “essere visto”. Essere riconosciuto e accolto coi propri pregi, ma anche con i propri limiti, è un’esperienza che nella prima infanzia corrisponde ad “esistere” (un bambino senza genitori muore!).

 

Le modalità principali utilizzate dagli adulti rispetto ai comportamenti dei bambini sono: approvare o disapprovare.

Queste due azioni relazionali definiscono entrambe l’identità del bambino dall’esterno: “sei un bravo bambino”, “sei un cattivo bambino”. Per cui sia quando lodiamo troppo i nostri figli che quando li sgridiamo continuamente, come nel caso delle situazioni in cui agiscono comportamenti provocatori, non li stiamo sostenendo a sviluppare un’identità autonoma, ma li stiamo avviando alla dipendenza dall’approvazione altrui.

 

Ma allora come fare?

 

Ogni comportamento si struttura all’interno di una relazione (non nasce da solo) e anche una piccola modifica quotidiana delle azioni dell’adulto, può portare potenziali cambiamenti nella gestione dei comportamenti difficili dei nostri figli. Se il bambino si sente visto non avrà più esigenza di provocare!

 

Ci sono poi alcuni aspetti contestuali: alcuni bambini sono angioletti a casa e monelli a scuola e altri mostrano il comportamento polare, a dimostrare come il comportamento si strutturi all’interno della relazione e si modifichi in base all’interlocutore e all’ambiente.

 

In realtà anche i comportamenti “troppo positivi” segnalano un disagio: i bambini “troppo bravi”, rinforzati in queste modalità sia dai genitori che dalla scuola, mostrano in realtà un aspetto compiacente verso le aspettative dell’adulto, che potrà condizionarli notevolmente nella ricerca della propria identità, con conseguenze sulla formazione dell’autostima e della padronanza di Sé.

Sia chi compiace troppo, che chi si oppone sempre, è portatore di una difficoltà nel processo di differenziazione dall’adulto.

 

Bisogna considerare quanto sia complesso per genitori ed educatori muoversi in una direzione intermedia, dal momento che viviamo tutti in un contesto sociale che rinforza questa tendenza: anche nei processi educativi istituzionali manca spesso uno spazio di ascolto delle parti cattive dei bambini (e degli adulti).

In un prossimo post affronteremo il delicato tema del limitare in modo costruttivo.

 

 

 

 

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Immagine tratta da: Sendak, Nel paese dei mostri selvaggi

Sottotitolo tratto da libri, di cui si consiglia la lettura, contenenti racconti per genitori e figli:

Marcoli, A. (2007) Il Bambino lasciato solo. Favole per momenti difficili. Ed. Mondadori

Marcoli, A. (1996) Il Bambino arrabbiato. Ed. Mondadori

Marcoli, A. (1993) Il Bambino nascosto. Favole per capire la psicologia nostra e dei nostri figli. Ed. Mondadori

 

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