02 Ago Educazione e Libertà
La mia libertà finisce dove comincia quella altrui?
Scrivo queste riflessioni a seguito di un post che scrissi all’amministrazione del mio comune, che ha scelto di prendere un provvedimento restrittivo della libertà di molti, in nome del cattivo comportamento di alcuni ( per gli interessati qui c’è il link al post https://www.facebook.com/share/p/1AiHu93wTF/?mibextid=wwXIfr).
La mia libertà finisce dove comincia quella altrui?
Se tutti avessimo nella mente questo mantra non avremmo bisogno di regole. Ma questa è utopia e le regole sono necessarie per rendere vivibile un ambiente condiviso da molte persone.
Ma quali regole? Come impostarle?
Ritengo importante fermarsi a osservare come provvedimenti di questo tipo, che sono sempre più diffusi in varie aree della nostra vita, mettano basi errate per la promozione di una convivenza veramente civile.
Faccio qualche esempio in due ambiti a me cari (scuola e animali) per far comprendere meglio le situazioni a cui mi riferisco: un bambino o due si comportano male e il gruppo risale in classe dall’ora di ginnastica; numerosi padroni di cani non raccolgono le deiezioni e il passaggio al parco con l’animale viene vietato.
Se si continua a restringere il movimento di coloro che si muovono nel rispetto degli altri, ma anche di se stessi, si affatica sempre di più la categoria di persone che andrebbe invece supportata per dare l’esempio di comportamento civile basato sull’autoregolazione e la si costringe a uscire dalla regola.
Perché? Perché se mi comporto bene e vengo limitato, prima o poi il bisogno di libertà emerge, altrimenti l’essere umano arriva a perdere rispetto per se stesso!
Visto che la riflessione è partita da un post sui padroni dei cani, faccio un altro esempio a questo riguardo: se le aree canine, dove è consentito liberare e far correre l’animale, sono “ostaggio” di persone che si insediano per ore, non consentendo l’alternanza necessaria per dare a tutti questa possibilità, chi è escluso è costretto a liberare il cane fuori o a tenerlo sempre legato? Quale disagio può esserci per la collettività se un cane frequenta “educatamente” un parco in orari in cui non ci siano persone che ne fruiscono, ad esempio?
Ma torniamo alla scuola: una classe che viene ripetutamente punita per il comportamento negativo di alcuni, che reazioni svilupperà nel gruppo? Depressione e rassegnazione alla sopraffazione, ribellione e comportamenti oppositivi.
È davvero così che pensiamo di promuovere la civiltà e la tutela dei più deboli?
Le soluzioni facili e veloci sono i divieti, perché danno l’illusione di aver fatto qualcosa per affrontare il problema. Le soluzioni difficili sono quelle che si pongono la domanda: perché il problema esiste? Ma sono anche le uniche a poter avere una qualche chance di contribuire a cambiare l’educazione collettiva, processo lento che richiede impegno e pazienza. Farsi questa domanda costringe a non vedere il mondo diviso in buoni e cattivi, costringe ad una visione della regola che non sia rigida ma dinamica, porta a ragionare intorno al problema e a cercare soluzioni che sostengano libertà e riflessione.
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